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Con il Festival di Sanremo succede sempre la stessa cosa: entriamo dentro un rituale collettivo fatto di commenti in tempo reale, giudizi netti dati dopo trenta secondi di canzone, sonno arretrato e brani che all’inizio non volevamo nemmeno ascoltare ma che dopo una settimana sappiamo parola per parola.
E la cosa più assurda è che lo sappiamo già. Sappiamo come andrà. Eppure ci ricaschiamo volentieri.
Ci sono dinamiche che si ripetono identiche ogni anno, ed è quasi confortante così.
La prima sera partiamo fortissimi. Ci prepariamo come se dovessimo affrontare una finale mondiale: divano sistemato, telefono in carica, magari pure qualcosa da sgranocchiare “per reggere”.
Poi però la scaletta si allunga. Arriva l’ospite. Poi un altro. Poi un blocco che non finisce mai. L’orologio avanza e a un certo punto iniziamo a trattare con noi stessi: “Ok, questa è l’ultima e poi spengo”.
Intorno a mezzanotte e mezza scatta la resa: “Tanto domani vedo tutto su TikTok”. E infatti finisce sempre così. Sanremo non si guarda fino alla fine, si prova a farlo. Ogni anno pensiamo di essere più forti, ogni anno perdiamo.
Possiamo dirci che siamo lì per la musica, per la qualità, per l’interpretazione. Ma la verità è che appena qualcuno scende le scale, il primo pensiero è sull’abito.
Il palco del Teatro Ariston ormai è una passerella gigante. In pochi secondi decidiamo se è un capolavoro, un azzardo geniale o qualcosa che non capiremo mai. Ci dividiamo in squadre, difendiamo outfit come fossero scelte personali.
A volte ricordiamo più un vestito che una strofa. Ma non è superficialità: è che Sanremo oggi è uno spettacolo completo. La musica è il centro, sì, ma l’immagine amplifica tutto.
La prima sera è sempre un po’ fredda. Le canzoni sembrano tutte uguali, i ritornelli non restano, siamo prontissimi a sentenziare: “Nessuna memorabile”.
Poi passano due giorni. Ti ricapita un pezzo su Instagram, lo senti in macchina, qualcuno lo mette in una storia. E all’improvviso ti ritrovi a cantare proprio quella canzone che avevi definito “dimenticabile”.
Sanremo funziona così: non ti colpisce subito, ti entra piano piano. Lavora sotto traccia. E quando te ne accorgi è già nella tua playlist.
La puntata finisce, ma lo spettacolo continua. Anzi, forse inizia davvero lì.
La mattina dopo i social esplodono: meme, clip tagliate alla perfezione, espressioni congelate in momenti assurdi. A volte una reaction dura tre secondi ma resta più impressa dell’esibizione intera.
C’è una versione “parallela” di Sanremo che vive online, fatta di ironia collettiva e creatività. E diciamocelo: a volte è la parte più divertente di tutta la settimana.
Sanremo tira fuori il critico musicale che è in noi. Siamo severi con le stonature, implacabili con le scelte artistiche, prontissimi a dire che la classifica è sbagliata.
Raramente però diciamo semplicemente: “Questo è stato fatto davvero bene”.
Forse perché criticare è più facile. Forse perché ci fa sentire parte del dibattito. O forse perché Sanremo è uno dei pochi momenti in cui guardiamo davvero tutti la stessa cosa nello stesso momento, e dire la nostra diventa quasi automatico.
E nonostante la lunghezza, le polemiche, le lamentele infinite, ogni anno torniamo lì. Diciamo che è cambiato, che non è più quello di una volta, che è troppo lungo, che è troppo poco.
Ma lo guardiamo.
Perché alla fine, al di là delle canzoni e delle classifiche, è uno dei rarissimi momenti in cui un intero Paese vive la stessa cosa insieme. E nel bene o nel male, quella sensazione lì è difficile da sostituire.